Quando è uscito “Il Diavolo veste Prada” era il 2006 e io avevo 26 anni.
Ero laureata da un anno, avevo trovato impiego come buyer in un’azienda della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) e compravo beauy per mestiere.
Mi sentivo già un po’ disincantata. Ma continuavo a conservare i miei sogni.
Sogni che includevano anche il lavorare nella moda, cosa che in realtà ho finito per fare ma in modo diverso da come mi immaginavo da ragazzina. Ricordo che, per un periodo, sognavo di fare la vestiarista e cioè colei che veste le modelle di sfilata tra un passaggio e l’altro sulla passerella. Magari a Londra (ho sempre desiderato vivere lì o comunque in una città non convenzionale – e sono finita a Venezia).
E poi le riviste fashion! Sarebbe stato meraviglioso lavorarci! Moda e scrittura messe insieme: the dream!
D’altronde: “un milione di ragazze ucciderebbe per questo lavoro!” dice Miranda Priestly ad Andrea Sachs, riguardo alla possibilità di farle da assistente a Runaway.

Una battuta che viene ripresa anche nel “Diavolo veste Prada 2”, solo che a pronunciarla è un ragazzone seduto ad una scrivania troppo stretta.
Sicuramente, alla prima visione del “Diavolo veste Prada”, mi ero abbastanza rivista in Andy perché, anche se io non lavoravo per il magazine più glamour d’America e del mondo (Runaway, per chi non lo sapesse, voleva rappresentare Vogue e Miranda Priestly si ispirava ad Anne Wintour), pure io mi ritrovavo a dover fronteggiare delle dinamiche di ufficio e di potere simili a quelle messe in scena nella pellicola.
Senza i vestiti d’alta moda da prendere in prestito, però.

E senza cappotti buttati sulla mia scrivania.
È proprio il cambio di gestione del suo cappotto, da parte di Miranda, mostrato nel “Il Diavolo veste Prada 2” in una scena (che non ti spoilero perché il momento vale la visione), a raccontare l’essenza del film.
Un Diavolo (Miranda) che veste ancora i marchi di lusso, come Prada, ma questo lusso non viene più esibito.

Gli abiti e gli accessori che accompagnano la sua immagine sono bellissimi ma, spesso, sono “quieti”, silenziosi, non urlano il loro prezzo di cartellino, non manifestano in modo immediato in quale negozio sulla Fifth Avenue a New York (o in via Montenapoleone a Milano o in via Condotti a Roma etc) possono essere acquistati.

Tanto che Miranda Priestley, nel “Diavolo Veste Prada 2” indossa molti capi del brand, certo non economico, Sa Su Phi: un marchio milanese recente e poco noto, fondato da Susanna Cucco e Sara Ferrero.

Gli abiti della nuova Miranda, spesso, sono quieti anche nelle forme, con la presenza di alcuni capi inaspettatamente morbidi e accoglienti.

Senza mai rinunciare ad un paio di scarpe rosse, però eh.

Fogge più strutturate e decise quelle scelte dalla nuova Andy: la donna ha raggiunto una maggiore consapevolezza, anche nel vestirsi.

(in amore no, ma quella è un’altra storia ed è anche il vero punto debole del “Diavolo veste Prada 2”, in cui gli sceneggiatori hanno dovuto “ficcare” a tutti i costi la storia d’amore, come se una donna non potesse mai davvero bastare a sé stessa).

Il suo stile è affascinante, quasi una divisa.

Senza esibizioni e senza dover per forza riconoscere la marca degli abiti indossati.
E cogliendo, semmai, una ispirazione artistica.

Un sacrilegio per la Emily del “Diavolo Veste Prada 1” che anche nel sequel, non a caso, rimane l’ultimo baluardo del fashion così come lo conoscevamo e cioè ricerca di sfoggiare uno status symbol.
Esibendo il brand DIOR letteralmente sul petto.

Emily che, nel nuovo film, ha una affinità in più e cioè quella con “le nuove ricche” come Lauren Sanchez, coniugata Bezos, che, non a caso, è stata co-host dell’ultimo MET Gala (finanziato dal marito).
Se nel primo “Diavolo veste Prada” i marchi erano la cosa più importante, adesso rimangono sullo sfondo (tranne Dior che era sponsor della pellicola) di una società che è cambiata.
È cambiato il mondo dell’editoria (e il film lo spiega chiaramente).
È cambiato il mondo del fashion.
Le case di moda vacillano, a partire dalla “testa”. I soldi non girano più. C’è un turn-over di fashion designer continuo perché cambia la mano che disegna, cambia lo stile proposto ma comunque si continua a non vendere (“e se non fosse il designer il problema?”) e il glamour non può più confermarsi così tanto glamour.
Di tagli al budget si parla moltissimo nella pellicola (spoiler, se non hai ancora visto il film: ad un certo punto Miranda Priestley si trova a volare in “classe economica”: sacrilegio”!).
La moda contemporanea deve “abbassare la cresta”, come tocca fare alla stessa Miranda, e deve venire a compromessi che non avrebbe mai immaginato prima. Un po’ come il fatto di accettare che sia Jeff Bezos, con tutte le sue criticità valoriali, a pagare per la realizzazione MET Gala (e che l’uomo si possa, per questo motivo, sentire in diritto di mettere il veto alla partecipazione all’evento da parte dell’attore che interpreta un ruolo a lui ispirato nel “Diavolo Veste Prada 2” – un omaggio che non deve essergli molto piaciuto).
E intanto Zohran Mamdani, il sindaco di New York, dopo aver rifiutato di partecipare al Met Gala, organizzava la mostra Work of Art – Turning the lens on the workers that power fashion con una serie di ritratti, firmati dalla fotografa Kara McCurdy, delle persone che fanno l’industria della moda. Figure come le sarte, gli addetti alla vendita, persino i corrieri che sono poco glamour ma assolutamente necessarie perché la macchina del fashion continui a funzionare e non si inceppi.
In realtà la vera Miranda Priestley e cioè Anne Wintour non credo adesso viaggi in economy e il suo stile non è, come non è mai stato, portatore del “lusso quieto”.
Anne Wintour veste chi è, tramite una sorta di divisa:

Con una netta predilezione per l’accostamento di fantasie differenti tra loro (una preferenza che dice molto di lei):

Una divisa che, la donna, non ha abbandonato nemmeno in occasione della (lunga e a tratti invadente) promozione della pellicola, in cui è stata inclusa e coinvolta.

Anche in modi inaspettati (sì quella è Anne Wintour che sorride).

Anne Wintour ha dimostrato “fedeltà alla linea” anche in occasione dell’ultimo MET gala, optando per un outfit ispirato ad una mise indossata da lei stessa qualche anno prima (modificando solo colore e fantasia).

Ma le cose sono cambiate e sono cambiate rispetto al 2006!
Se quest’anno il MET Gala è apparso appannato, nonostante il tema potenzialmente molto interessante, ed è stato molto criticato anche proprio per il legame con i Bezos, il MET Gala del 2006 viene ricordato come una delle edizioni più iconiche e significative.
Il tema di quell’anno era “AngloMania: Tradition and Transgression in British Fashion” in correlazione con la mostra presentata nel museo (dallo stesso titolo), in cui erano stati esposti abiti storici inglesi e creazioni contemporanee di designer britannici come Alexander McQueen, John Galliano e Vivienne Westwood.
Anglomania, d’altronde, era stato il nome scelto Vienne Westwood nel 1993 per la sua sfilata presentata a Parigi nel Marzo 1993 .
Una sfilata che ha segnato la storia della moda per il suo approccio provocatorio, anche nella fusione tra sartoria maschile brittanica e forme femminili esagerate.

Tartan come se piovesse, volumetrie e accostamenti inediti e corsetti indossati sopra agli abiti.
Momento Cult della sfilata quando Naomi Campbell cadde in passerella, a causa di altissime scarpe platform “Super Elevated Ghillie” in pelle azzurra.

Il gran finale era stato lasciato a Kate Moss che chiuse lo show, indossando un abito da sposa decorato in tessuto scozzese

E completi scozzesi erano stati indossati anche al MET Gala 2006 da Alexander Mc Queen e Sarah Jessica Parker (allora già Carrie) in questa foto iconica.

Insomma, a quei tempi, Punk e Glamour convivevano.

E da questo matrimonio nascevano anche i soldi: tutto perfetto!
D’altronde, adesso ci sembra tutto perfetto quello che accadeva nei primi anni del 2000, guardiamo con nostalgia a quei tempi e le tendenze, della moda ma non solo, lo raccontano (mica è un caso che il sequel del Diavolo Veste Prada sia uscito proprio adesso, così come non è un caso che stia per il uscire il prequel de “La rivincita delle bionde” del 2001.).
Le cose sono cambiate anche rispetto agli esordi del MET Gala.
Ti racconto brevemente la storia della manifestazione.
Inizia tutto con una cena elegante. Nel 1948, la giornalista di moda Eleonor Lambert ha l’idea di organizzare una cena di mezzanotte, a Dicembre, per raccogliere dei fondi per sovvenzionare il nuovo Costume Institute (Eleonor Lambert fu anche colei che si inventò la “New York Fashion Week” e tante altre cose, con l’idea di dare lustro alla moda americana).

Il gala al MET era una occasione importante ma senza la risonanza mediatica di oggi.
Le cose cambiano quando al MET arriva nel 1972 Diana Vreeland, decisamente una rivoluzionaria della moda, come consulente per le mostre di moda (dopo essere stata fashion editor di Harper Bazaar prima e di Vogue poi).

La donna comprese subito le potenzialità dell’evento e decise di offrigli grande risonanza, invitando, oltre ai mecenati, anche le star di cui era grande amica e frequentatrice.
L’evento avrebbe avuto un dress code (proprio come oggi) in tono con il tema della mostra!
Il primo MET GALA come lo conosciamo oggi risale al 1973 ed era in accordo con la mostra “Il mondo di Balenciaga”.
Dal 1995 lo scettro di “regina” del MET Gala è passato ad Anne Wintour che ha spostato l’appuntamento da Dicembre al primo lunedì di Maggio.
Nel 1996 partecipò all’occasione persino Lady Diana.
Fu proprio con questo look che la Principessa iniziò a raccontare il suo nuovo percorso di vita e di stile, lontana dalla casa reale inglese (percorso che, purtroppo, durò poco).

Sono certa che lady Diana, sempre un po’ sopra le righe, sarebbe piaciuta molto a Diana Vreeland.
Diana Vreeland che viene citata anche nel “Diavolo Veste Prada 2 “quando Nigel, sospirando, ricorda i bei tempi in cui “era stato in Africa con Avedon 4 settimane per un servizio” (e c’erano i soldi per poterlo fare).
Diana Vreeland aveva mandato lo stesso Avedon (fotografo che lei amava molto come pure David Bailey) in Giappone nel 1966, insieme alla modella Veruschka, per creare degli scatti perfetti
Il gruppo di lavorò viaggiò per cinque settimane in Giappone, portando con sé quindici bauli di pellicce e sfidando il freddo delle Alpi giapponesi.
Un viaggio che si era allungato, rispetto a quanto previsto, perché non si riusciva a trovare il compagno di foto perfetto per la modella che era molto più alta rispetto alla media degli uomini giapponesi del tempo.
Alla fine venne trovato un lottatore di sumo, bellissimo, altissimo e longilineo, che diventò, insieme a Veruschka, protagonista di questi scatti meravigliosi.

D’altronde, Diana Vreeland sosteneva che: “gli occhi, quando aprono le pagine di una rivista, devono viaggiare!”

E fu proprio questo servizio il motivo per cui Diana Vreeland venne licenziata da Vogue.
La “missione” era stata costossima per la rivista: 1 milione di dollari (equivalente a circa 7,5 milioni di dollari odierni).
Perry Ruston, allora presidente di Condé Nast, che era stanco delle sue spese folli, mise alla porta la signora Vreeland il 7 maggio 1971 (ma grazie a questo lei arrivò al MET, come abbiamo capito, e ci arrivò ad “appena” settant’anni).
A questo proposito: cosa non è cambiato da allora?
La dinamica per cui gli uomini decidono della vita professionale delle donne. Anche di donne potenti come Miranda Priestly che, nel “Diavolo Veste Prada 2” mostra la sua fragilità solo quando teme che il proprietario della rivista che dirige le possa “tagliare la testa e il posto di lavoro”. Fino a che il capo…non faccio ulteriori spoiler ma, se hai visto il film, sai come poi le cose cambieranno (e anche questo la dice lunga sul futuro, vero o immaginato/sperato).
E l’arte?
Nel 1983 la mostra al MET, con relativo gala organizzato da Diana Vreeland, fu dedicata a Yves Saint Laurent (con tanto di polemiche per via del fatto che veniva presentata una esibizione dedicata ad uno stilista che aveva un negozio a pochi metri di distanza dal museo).

Ma Diana Vreeland, che era molto amica di Yves Saint Laurent, fu irremovibile: d’altronde per tutta la durata della sua carriera lei aveva saputo riconoscere la meraviglia e l’unicità anche dove non la vedeva ancora nessuno (anzi soprattutto dove non la vedeva ancora nessuno).

E proprio Yves Saint Laurent è stato ampiamente citato anche sul palco dell’ultima edizione MET gala. .
Il Dress code della serata era “Fashion is Art” (un tema in connessione con la mostra appena iniziata al Metropolitan Museum of Art, dal titolo “Constume Art”).

“Come mai proprio adesso questo titolo e questo tema?” mi sono chiesta, inforcando i miei occhiali da cool hunter.
Anche perché ho notato che, pure, nel “Diavolo Veste Prada 2” sono continui i riferimenti all’arte.
Di arte si parla e l’arte fa spesso da sfondo a scene importanti.
Certo le opere d’arte ci sono sempre state nelle case dei ricchi ma nel 2006 per il Diavolo era più importante vestire Prada che possedere, per esempio, un Kandinskij.
Mmm sarebbe stato bellissimo se qualche partecipante al Met Gala si fosse ispirato a Kandinskij e al suo uso musicale dei colori (ma questa è un’altra storia e ne parliamo qui).
Ma nel film l’arte appare decisamente più glamour della moda!
Come? Perché l’arte può nobilitare la moda!
D’altronde la moda ha sempre aspirato a diventare arte.
La moda, un tempo, era considerata solo semplice manifattura, alla stregua di tutto quello che si fa, appunto, con le mani.
Fino a che non arrivò Charles Worth, nella metà dell’Ottocento, che, convinto che la moda fosse arte, affermava “se Manet firma i suoi quadri allora anche io posso firmare i miei vestiti”. Inventando, così, le etichette (come racconto anche qui).

Ci pensò Elsa Schiaparelli, un’altra rivoluzionaria della moda, a cambiare il rapporto tra moda e arte.
Lei, che secondo me fu la prima consulente d’immagine, dialogava da pari a pari con gli artisti e collaborò con figure come Jean Cocteau per creare degli abiti da mettere in collezione.

Abiti surrealisti!

Come quelli che ideò insieme a Salvador Dalì, suo amico e “collaboratore”.

Con cui riprese molti dei “topos” cari all’artista catalano. Come l’aragosta, che Dalì usava nelle sue opere,

e che con Schiaparelli mise sui vestiti.

Creando, in questo modo, un rapporto paritario tra moda e arte che mai prima c’era stato.

Yves Saint Laurent completò la rivoluzione!
Lo stilista, infatti, cambiò ancora le carte in tavola e mise per la prima volta l’arte al servizio della moda.
Come nel caso dell’abito Mondrian del 1965, in cui la tela d’artista diventa la fantasia dell’abito.

O con la collezione POP del 1966, ispirata alla “Pop Art”.

O, ancora, come quando la scultrice Claude Lalanne, nel 1969, realizzò per Yves Saint Laurent dei bustini dorati che erano in linea con la sua produzione ma che rappresentavano anche “qualcosa di altro” e di creato appositamente per lo stilista, seguendo una sua suggestione.

Una vera e propria “opera d’arte” a cui è stato reso omaggio al MET Gala .

Infine, impossibile non nominare le colombe di Braque e Picasso, ispiratrici delle collezioni Saint Laurent della fine degli anni ’80.

E che, anche, abbiamo in qualche modo rivisto al MET Gala.

Tutto torna! Soprattutto il rapporto tra la moda e l’arte.
Moda che, nel rivendicare il mantello dell’arte in questo momento storico, pare voglia comunicare due cose: 1) l’eterna voglia di essere presa sul serio senza perdere la capacità di giocare; 2) il desiderio di uscire dalle polemiche e dai numeri, elevandosi.
Che la soluzione sia affidarsi proprio all’arte per cambiare prospettiva? Che sia una soluzione per togliere il sistema moda dall’impasse in cui si trova?
Forse i tre designer più in auge del momento (Matthieu Blazy da Chanel, Jonathan Anderson da Dior e Daniel Roseberry da Schiaparelli – peccato che siano tutti uomini) potrebbero essere d’accordo.
D’altronde, alla mostra al MET è esposta anche questa t-shirt disegnata da Anderson quando lavorava per LOEWE.

Forse sarebbe d’accordo pure Rama Duwaji.

La moglie del sindaco di New York, che di lavoro fa l’artista, rappresenta proprio quella generazione Z che, nel “Diavolo Veste Prada 2”, è impersonata dalla nuova assistente di Miranda Priestley.

La donna non ha alcun timore reverenziale nel correggere la capa quando usa termini “cringe”, o proprio offensivi, e sa anche prendersi le sue pause e i suoi spazi (cosa per noi che abbiamo iniziato a lavorare come Andy nel 2006 è assolutamente impossibile da considerare, come viene affermato nel film).
Il “bagno nell’arte”, però, deve essere fatto bene, con consapevolezza e intenzione e non come “posa”.
Dunque: “il Diavolo veste Prada 2” mi è piaciuto?
Ne ho apprezzato l’onestà intellettuale. Che è il motivo per cui tante persone che erano state fan del primo film nel 2006 non hanno amato questa “seconda parte”.
Però non siamo più nel 2006 e la moda ce lo sta dicendo chiaro e tondo: “guarda cosa è stato, prendi il buono, ispirati pure ma, poi, prendi atto di ciò che è, per poter fissare lo sguardo dritto verso quello che sarà”.
Vuoi riuscirci? Fai come Miranda ma anche come Andrea.
Ecco un esempio: ricordi l’iconico look di Andy con collane sovrapposte?
Ps: hai notato la C di Chanel messa in bella mostra? D’altronde era il 2006.
Ecco come diventa adesso! Sempre con collane sovrapposte ma leggero, pulito e senza marchi esibiti. D’altronde siamo nel 2026.

Let’s minimal! Lascia andare la zavorra e punta all’essenza! Lo dice anche l’arte che, negli ultimi tempi, sta puntando, a sua volta, sul minimalismo in cui il focus rimane il concetto senza orpelli.
Lo dicono, appunto, le tendenze come la passione ritornata in auge per Carolyn Bessette e per il suo stile pulito e senza fronzoli (anche complice la serie dedicata alla sua storia di vita e di amore)

Senza perdere l’umorismo però, anche nel vestirti:

Ti è piaciuta questa mia riflessione?
Tutto quello che ho scritto è un indizio che ti rivela quello che arriverà!
Perché, come si dice in inglese, per spiegare una cosa “mostrarla è meglio di dirla” (“show, dont’ tell)
Non perderti, dunque, le prossime lettere che ti invierò e in cui ti svelerò nelle importantissime novità.
A partire dalla missiva che ti arriverà giovedì 14 Maggio e in cui ti racconterò, per la prima volta, di un progetto luminoso che finalmente può uscire dal cassetto in cui, in passato, lo avevo dovuto rimettere e che, spero, ci accompagnerà nel nostro futuro.
Intanto dimmi: cosa ti incuriosirebbe approfondire?
Ti faccio qualche esempio:
- La straordinaria vita di Elsa Schiaparelli.
- La straordinaria vita di Diana Vreeland.
- Come è cambiata la fotografia di moda.
- Le collezioni di Vivienne Westwood: tra passato e futuro.
- I dettagli di stile della partecipazione di Lady Diana al Met Gala.
- Perché Yves Saint Laurent scelse proprio quelle opere d’arte.
- Come i nuovi designer stanno interpretando e rinnovando le maison più famose.
- Lo stile della Generazione Z, a partire da Rama Duwaji.
- Lo stile senza tempo di Carolyn Bessette.
- Come potresti ispirarti alle scelte di moda delle protagoniste del “Diavolo veste Prada”.
Come vedi sono tantissimi gli argomenti di cui potremmo parlare e che potremmo approfondire e lo faremo eccome se lo faremo!
Stay tuned!
È iniziata una nuova pagina!
È iniziato un nuovo viaggio! Anche se tu ancora non lo sai (ma lo saprai presto – a meno che tu non faccia parte del Gruppo Margherita e allora lo sai già e sai anche che ti aspetto!).
A prestissimo, tua




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